Fashion Revolution Week: Juna e FridaWer*1


 

Juna e FridaWer*1

 

Who made your clothes?
Chi ha fatto i miei vestiti?
Ve lo siete mai chiesti?
Stiamo parlando della Fashion Revolution !
Dal-18-al-24-aprile-Fashion-Revolution-Week-indossiamo-abiti-al-contrario-con-l-etichetta-ben-in-vista-e-postiamo-le-immagini-sui-social-con-WhoM_image_ini_620x465_downonly

18-24 aprile Fashion Revolution Week 

Quali storie si celano dietro la maglietta, il pantalone, la giacca, i calzini, le mutande che portiamo addosso?
Ti puoi ritrovare a fantasticare su chi ha fatto un modello o chi è stato quell’incapace che ha fatto quella cucitura o persino quanto cacchio è dovuta costare una produzione se quella maglietta la compri a 4 euro.
Sappiamo tutti il reale costo di ciò che indossiamo (basta guardare bene l’etichetta, quel famoso “MADE IN” ), sappiamo tutti che una maglietta a 4-5 euro proviene dallo sfruttamento di una persona dall’altra parte del mondo (ma potrebbe essere anche un posto vicino a noi, senza fare troppi chilometri).
Lo sappiamo tutti ma la nostra vanità è più forte, perché sì abbiamo bisogno di quel nuovo top a 3 euro! Perché davvero non abbiamo nulla di che metterci per l’Estate (e qui non sono ironica ma tanto sarcastica).
Siamo così mentalmente avviati al consumismo che abbiamo una sola semplice idea in testa: comprare a poco. Solo quello è il vero affare!
Quello che non vediamo non esiste e non grava sulla nostra coscienza.
(Ma se solo vedessimo, il mondo ci farebbe male.)Poi a Dacca viene giù il Palazzo Rana Plaza ( 9 piani di fatiscenza) con sotto 1133 operai tessili, ci indigniamo,  scriviamo post chilometrici su quanto sia giusta e bella la giustizia per chi non ce l’ha… ci indigniamo ancora perché 83 centesimi di euro al giorno non è un salario accettabile, si producono anche delle serie tv come Sweatshop – a deadly Fashion  poi è roba di giorni, anni è tutto ritorna come prima, un giro per i negozi e tutto passa.
Lontano dagli occhi lontano dal cuore.
E’ una condizione umana in fondo, quella di non essere coinvolti h24 nelle disgrazie altrui.
A tutto si fa l’abitudine, e ormai il targhettino o l’etichetta “made in” non ci interessa più.
Diamo un prezzo anche ai nostri sensi di colpa… ovviamente vince il prezzo più basso.
E anche a quello, come al vero prezzo delle cose, ci si abitua presto.
Mi accorgo che la situazione è complicata e mi accorgo anche quanto sia difficile uscirne da un giorno all’altro: da una parte ci sono le grandi multinazionali, dall’altra c’è una poca voglia di cambiare le cose, c’è poca voglia di perdere un benessere che poi in fondo è solo fittizio.
Come dire, non voglio perdere il mio sacrosanto diritto di vestirmi con pochi soldi, di essere trendy con soli 50 euro…
Perché il nostro benessere si misura in quanto possiamo spendere… e mi risuona in mente il vecchio adagio PRODUCI CONSUMA CREPA (o anche “Consume, be silent, die”). Quell’essere ingranaggio minuscolo e l’illusione di essere liberi in uno spazio dentato opprimente.
E anche gli accessori hanno una vita simile: scarpe, gioielli, occhiali, cappelli…
C’è sempre qualcuno che produce quantitativi enormi di accessori a poco prezzo, per un mercato ricchissimo dove, appunto, il prezzo vince sui diritti umani.
Il mio insignificante ragionamento arriva anche alle piccole sartine, ai piccoli artigiani, ai creatori che si smazzano ogni giorno in modo indipendente.
Non è  facile neanche questo, certo non si tratta di operaie schiave, ma quante di loro sono costrette ad abbassare i loro prezzi pur di vendere? E sappiamo che non si tratta della vendita fine a se stessa, si tratta di tirare avanti, si tratta di creare da sè un lavoro dignitoso, si tratta di realizzarsi anche con poco, quel tanto che basta per vivere (e non sopravvivere).
Si tratta di non buttare nel cesso tutti quegli anni di scuola appresi (e spesi) e di farli fruttare.
Essere costretti a svalutare la propria creatività, la propria bravura, il proprio tempo, perché non si può vendere una gonna, una maglietta, un gioiello, un oggetto ad un prezzo, non alto, ma quantomeno giusto, perché altrimenti nessuno comprerebbe.
Perché, si sa, a fare la concorrenza alla schiavitù ci perdi sempre!
E’ una questione di dignità, appunto.
E’ una questione di scelta.
Uno a queste cose un po’ ci dovrebbe pensare.E un’artigiana dovrebbe impegnarsi al rispetto di sé stessa, del suo lavoro e dovrebbe garantire al suo compratore una certa eticità del prodotto. Dall’inizio fino alla fine: dal cotone utilizzato per il tessuto fino all’etichetta.
E’ una cosa difficile anche per noi, mi ci metto in mezzo pure io. L’unico modo che abbiamo per migliorare non è abbassare i prezzi, ma scegliere il miglior materiale possibile e scegliere di avere la coscienza pulita.
Si può migliorare solo con un acquisto consapevole.
Solo allora, il prezzo di ciò che si acquista, potrà essere libero anche dai pesi che ognuno ripone sulla propria coscienza.
Questo è il mio personale pensiero.
#Chi ha fatto i miei vestiti?
 Juna ha fatto i tuoi vestiti!
FridaWer ha fatto i tuoi gioielli!

p.s. la foto invece l’ha fatta Dimitri Di Noto
la modella è Aurora Bruno.
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...